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La decisione di intraprendere un percorso psicologico è spesso una decisione presa con diffidenza, quasi con vergogna. Per fortuna non è sempre così ed in questo articolo vengono smontati alcuni dei luoghi comuni associati alla psicoterapia.

Nonostante siamo ormai alla fine del 2020 capita ancora che le persone non chiedano un aiuto psicologico a causa dei pregiudizi e degli stereotipi che ruotano intorno alla figura dello psicologo e dello psicoterapeuta. Sebbene quella dello psicologo sia per tutti i paesi europei una professione sanitaria, questa problematica riguarda soprattutto l’Italia, paese in cui la psicologia ha storicamente fatto fatica a prendere piede. Basti pensare che i primi due corsi di laurea, a Roma e a Padova, vennero inaugurati soltanto nel 1971 e bisognò attendere il 1989 per l’istituzione di un ordine professionale.

Perché quando abbiamo un problema fisico ci viene naturale rivolgersi ad un medico mentre quando il problema è psicologico non avviene lo stesso? Di seguito propongo alcuni dei falsi miti sulla psicologia che portano le persone a non richiedere una consulenza psicologica.

Lo psicologo è per i matti e io non lo sono

Molte persone sono reticenti verso la psicoterapia perché ritengono che andare dallo psicoterapeuta sia qualcosa di cui vergognarsi. Il timore di essere additati come “matti” infatti è assai diffuso, dato dallo stigma sociale legato a ciò che ruota intorno alla salute mentale. L’idea di essere annoverato come pazzo o non sano di mente può essere dato anche dalla confusione nel comprendere la differenza fra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra (di cui parlo nelle FAQ del mio sito).  Una delle possibili motivazioni è data dalla cultura proposta dai media: le persone che vanno in terapia sono spesso descritte nei film come eccentriche, disagiate, non normali.

Se si decide di iniziare un percorso psicologico, quindi, lo si tiene per sé. Perché se qualcuno chiede aiuto ad uno specialista perché ha problemi con le proprie emozioni, significa che è matto.

Inoltre, valutare la possibilità di intraprendere un percorso psicologico è un passo che richiede consapevolezza: rifiutare invece di averne bisogno è paradossalmente segno che stiamo negando di avere un problema che da soli non possiamo gestire.

La psicoterapia si occupa di affrontare quei periodi caratterizzati da qualche forma di disagio o situazioni particolarmente difficili che ognuno di noi può incontrare. Rientrano in tale ambito le preoccupazioni, i lutti, i cambiamenti lavorativi, le difficoltà di coppia, le separazioni, gli eventi più o meno traumatici non collegabili né alla pazzia né a qualche tipo di disturbo psicologico, ma semplicemente al normale susseguirsi della vita. Non c’è nulla di male nel farsi aiutare a superare le difficoltà incontrate al fine di raggiungere il proprio stato di benessere.

Inoltre, non necessariamente la scelta di intraprendere un percorso su se stessi è collegata a un trauma da superare o a una condizione negativa. Ci si può rivolgere allo psicologo anche in assenza di disagi evidenti, per favorire una propria crescita personale.

Se chiedo aiuto significa che sono un debole

Questa credenza ha spesso una base culturale. Molte persone, infatti, sono state cresciute con l’idea che non si devono mostrare segni di debolezza o di forte emotività ed è necessario essere forti nella vita. Ciò può portare alla conseguenza che le persone tendono a nascondere e controllare la propria sofferenza e le proprie difficoltà emotive.

Proviamo ad immaginare se questi tabù riguardassero anche la sfera fisica: se, ad esempio, fosse un segno di debolezza cercare aiuto per una gamba rotta, il diabete o qualsiasi altro problema medico. Tuttavia, rimanere imbrigliati in schemi disfunzionali o vivere una vita insoddisfacente spesso può essere assai ben più doloroso di una gamba rotta.

Per di più, l’idea di farcela a tutti i costi da soli e di essere il migliore psicologo di sé stessi porta ad una forma di chiusura e di negazione del problema, che non fa altro che cronicizzare e peggiorare la situazione. È a questo punto che molte persone si rivolgono finalmente allo psicologo, con una situazione ben più complicata da gestire di quanto non sarebbe stato se ci si fosse rivolti non appena preso consapevolezza che c’era qualcosa che non andava.  

Un dato statistico mostra come gli uomini, rispetto alle donne, tendono a chiedere meno il supporto dello psicologo proprio perché ritengono che una richiesta di aiuto sia sinonimo di debolezza. Tale evidenza mostra come vi sia una maggiore attenzione sull’immagine di sé rispetto alla volontà di affrontare e risolvere un disagio con il supporto professionale di un esperto.

Possiamo sintetizzare quanto detto finora con un frase che ben descrive lo stato dell’arte: “In terapia non ci va chi ha problemi: i problemi li abbiamo tutti. In terapia ci va chi vuole risolverli.”

Sfogarsi con un amico è uguale ad andare a parlare con uno psicologo

Sebbene godere del supporto di una buona rete sociale sia un importante fattore di protezione per l’insorgere di disturbi psicologici derivanti da eventi difficili, il lavoro del terapeuta non può essere paragonabile ad una chiacchierata fra amici. Nei momenti in cui abbiamo bisogno di sostegno e conforto, sentire vicino le persone alle quali vogliamo bene ci fa sentire sollevati e rincuorati. Va sottolineato però che un percorso di psicoterapia non consiste esclusivamente nell’ascoltare i problemi, né nel dare consigli. L’obiettivo principale è di rendere competenti gli individui ad affrontare i momenti di crisi che attraversano, facendo prendere loro consapevolezza delle proprie risorse grazie anche all’utilizzo di indicazioni tecniche e strumenti fondati su solide basi teoriche.

Uno psicoterapeuta è un professionista, esperto nel suo campo, che possiede gli strumenti per guidare la persona verso la comprensione delle proprie emozioni, comportamenti, pensieri, in modo da favorire l’attivazione di risorse necessarie al cambiamento.

Lo psicologo legge la mente

Un altro errore frequente è quello di considerare lo psicologo come un mago, capace di leggere la mente delle persone e prevedere tutti i possibili comportamenti e pensieri. Lo psicologo non ha nessuna bacchetta magica, né la pretesa di prevedere il futuro e dispensare soluzioni immediate. Scopo di un percorso di psicoterapia è quello di partecipare in maniera attiva al processo di cambiamento della persona, indirizzando il paziente in un percorso ragionato che lo tocca nel profondo. Il rapporto professionale, inoltre, favorisce un giusto distacco emotivo volto a favorire il processo di consapevolezza e cambiamento, mentre nel rapporto amicale c’è il rischio di prendere sempre le parti e giustificare comportamenti e azioni ci solo per consolare vedere l’altro felice.

Andare dallo psicologo non serve a nulla, sono solo chiacchiere

Questa pregiudizio, è spesso legato a quello appena visto e nasce dal presupposto che si andrebbe dallo psicologo solo per fare una chiacchierata, assimilando quindi la conversazione con lo psicologo a quella con un amico o un parente. Tuttavia, il colloquio clinico ha un intento terapeutico e non rappresenta l’unico strumento di cui gli psicologi dispongono.

Il colloquio clinico è una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano che ha lo scopo di comprendere (con la ricerca e la valutazione diagnostica) ed aiutare il paziente (con l’orientamento e la terapia). Lo psicologo, nel corso della sua formazione, viene educato a comprendere quali significati gli individui attribuiscono a se stessi, agli altri e al mondo, e apprende specifiche tecniche verbali volte a generare nuovi punti di vista e stati emotivi.

Oltre al colloquio clinico, lo psicologo si avvale di una serie di strumenti aggiuntivi per portare una maggiore consapevolezza degli schemi di comportamento disfunzionali e apportare cambiamenti, quali ad esempio l’utilizzo di test diagnostici, di diari, la attuazioni di modifiche comportamentali e l’utilizzo di tecniche di rilassamento e immaginative

Infine, una sempre maggior numero di articoli scientifici mostra come i percorsi di psicoterapia siano efficaci nel determinare cambiamento significativo, basato sia all’orientamento teorico del terapeuta, sia alla relazione professionale tra terapeuta e persona.

La psicoterapia dura anni

Anche questo è un falso mito che è importante sfatare. Va innanzitutto sottolineato che la durata di un trattamento di psicoterapia dipende da vari fattori e a volte non può considerarsi come un processo lineare. A seconda del paziente e della “sintomatologia” che presenta, il terapeuta deciderà l’intervento più efficace da mettere in atto: una situazione di grave disagio avrà bisogno di essere trattata in maniera più impegnativa rispetto ad una di entità lieve. Un’altra variabile rilevante è ciò che accade nella vita della persona anche nel corso della terapia: questo può avere una forte influenza sulla durata della stessa, agevolandone od ostacolandone lo svolgimento. Generalmente parlando, ci sono terapie che durano pochi incontri e la maggior parte dei percorsi si risolve in pochi mesi.

Andare dallo psicologo è costoso

La più comune obiezione che frena molte persone dal chiedere un appuntamento con uno psicologo è sicuramente legata al costo. Tuttavia, andare dallo psicologo non vuol dire per forza sborsare cifre esorbitanti ed investire nella terapia potrebbe essere la cosa migliore, perché a lungo termine non farla può avere dei costi maggiori. Inoltre, lo psicoterapeuta è professionista sanitario che emette ricevute esenti IVA e che possono essere detratte nella dichiarazione dei redditi.

Se sono depresso meglio prendere farmaci

Una parte della popolazione decide di non intraprendere un percorso di psicoterapia, preferendo rivolgersi al medico e farsi prescrivere solo psicofarmaci. Prima di tutto va sottolineato che che ogni psicoterapeuta si confronta sia con il medico di medicina generale sia con psichiatri, in modo da poter inserire un approccio farmacologico, oltre che quello psicoterapico, nel caso se ne riscontrasse la necessità. Tuttavia, in questo frangente, parliamo di coloro che preferiscono fruire unicamente del farmaco, negando la possibilità di un percorso psicoterapico, in quanto vedono in quest’ultimo un forte dispendio di energie. Si tratta di una visone altamente passiva di fronte alla situazione presentata. La psicoterapia non porta ad alcun effetto collaterale e rappresenta una strategia attiva per fronteggiare la situazione problematica, portando fin da subito un maggior senso di autoefficacia personale. Anche nei casi in cui è richiesto intervento farmacologico, funziona meglio se associato ad una psicoterapia.

Come funziona in realtà una psicoterapia?

La psicoterapia è un percorso di trattamento e di conoscenza di sè. Il cambiamento della persona si sviluppa all’interno della relazione tra paziente e psicoterapeuta, in cui una delle parti vive un disagio e sente di non avere strumenti per risolverlo. L’intervento si realizza in una serie di incontri con un professionista con lo scopo di promuovere un cambiamento tale da ridurre la sofferenza  e/o raggiungere gli obiettivi concordati.

Una volta preso un primo appuntamento, lo psicoterapeuta dedicherà qualche colloquio per esaminare il problema presentato e di stabilire una relazione collaborativa con il paziente, al fine di stilare il piano terapeutico. Seguiranno poi diversi step: il primo passo di ogni psicoterapia è quello di acquisire una maggiore consapevolezza di sé, dei propri pensieri, delle proprie emozioni, dei propri comportamenti e degli schemi che ci muovono. Seguirà una fase in cui i comportamenti messi in atto fino a quel momento verranno messi in discussione, anche attraverso l’applicazione di specifiche tecniche cognitive e comportamentali.

Gli incontri hanno tendenzialmente frequenza settimanale o quindicinale dove il paziente esprime il suo vissuto ed il terapeuta attraverso tecniche specifiche lo aiuta ad apportare cambiamenti duraturi.